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Frame " The Journey "

Reviews

Processing the word FRAME together with a succession of recorded images was the original idea behind Eugenio Vatta and Andrea Benedetti’s sonic project which began in 1992. Since that beginning a wealth of material has been produced now reaching 2019 with this startling new collection of ten pieces set to be released on the excellent Glacial Movements. In ways the darker, low-lights of winter are the correct setting for these sounds to illuminate the panorama as each track focuses on a separate planet surrounded by its own infinite silence, however space creates uniquely particular aural distortions, while the environment is far from quiet. Listening to the successive compositions gives you a sense of pleasurable unease that strangely feels reassuring yet also suggests a totally unknown quantity. Somewhere between meditative bliss and science fiction at a guess. Working in the live field both artists have created a masterpiece of atmospheres and their work here will penetrate even the most hardened soul.MAGAZINE SIXTY
Esce il 30 gennaio 2019 il nuovo progetto dei Frame, duo di elettronica composto dai musicisti e produttori Eugenio Vatta e Andrea Benedetti. L’album è stato scritto da Eugenio Vatta e arrangiato dai Frame, e registrato e mixato all’E 45 Studio di Roma dai membri del progetto. La foto della copertina è di Tero Marin. Il disco è un viaggio cosmico su binari che vanno dal droning à la Vangelis (Mercury) a momenti più progressivi in stile Tangerine Dream (Venus, The Arrival), passando per situazioni contemplative (Earth, Uranus), accenni ambient (Mars, Neptune) o di elaborazione elettroacustica contemporanea (Jupiter, Saturn). Nello spazio di seguito sono disponibili per l’ascolto due brani: Venus e Saturn..SENTIRE ASCOLTARE
Glacial Movements lanzará en enero el primer álbum de FRAME. El sello italiano Glacial Movements ha anunciado el lanzamiento de The Journey, un álbum creado por la pareja italiana que se esconde tras el alias FRAME. Es un proyecto creado en 1992 por Eugenio Vatta y Andrea Benedetti con la idea de recrear la atmósfera de una sala de cine en un espectáculo musical. Como sucedió durante la época del cine mudo con orquestas tocando en tiempo real durante las películas, el proyecto FRAME empezó con el objetivo de seguir con instrumentos electrónicos, la evolución de una película, específicamente ensamblada para la proyección. Para involucrar más al público, FRAME utilizó un sistema de sonido cuadrifónico, expandiendo la espacialidad del sonido. De esta manera, el público se involucra con la unión de imágenes y música típica del cine y, al mismo tiempo, con la sensación de un concierto en directo. Su show se ha podido ver en festivales y conciertos en Roma, Viterbo, Rieti, Bruselas y Zurich. A lo largo de los años, Eugenio Vatta y Andrea Benedetti han grabado una gran cantidad de material como Frame que pensaron editar para este proyecto de grabación, específicamente hecho para Glacial Movements. The Journey está compuesto por diez paisajes sonoros que se centran en el silencio. De hecho, según los artistas, el silencio en los entornos glaciales y en el espacio son muy similares, tanto en sentido figurado como en términos de percepción. Sale a la venta el próximo 30 de enero aunque ya lo puedes reservar en Bandcamp.CLUBBING SPAIN
Sono trascorsi oltre venti anni dall’ultimo avvistamento dei Frame. A dirla tutta la loro non è mai stata una presenza regolare, almeno in ambito discografico: si contano appena una manciata di presenze, tra ’97 e ’98, su Plasmek, etichetta appartenente al reticolo Final Frontier, e dopo oltre venti anni sembrava scontato considerarlo un progetto ormai sepolto. Però ad Andrea Benedetti ed Eugenio Vatta, da Roma, evidentemente la voglia di ricreare l’atmosfera cinematografica attraverso sequenze musicali non è mai passata del tutto. «Frame è un progetto elettronico di respiro orchestrale in cui ogni elemento ha il suo ruolo e viene diretto in una partitura perlopiù aperta» spiega Vatta. «Lo creammo nel 1991 ma lo portammo in scena solo due anni dopo al Circolo Degli Artisti con una formazione composta da ben sei musicisti. Il suono è sempre stato concepito in quadrifonia come commento ad immagini che spaziano dalla realtà virtuale alla suspense. La difficoltà nel mettere in stereo ciò che nasce dalla spazializzazione però ha finito col rendere difficile l’uscita dei nostri pezzi in CD o vinile, e questo spiega la ragione della lunga assenza. Il fatto di lavorare spesso come tecnico del suono per la realizzazione audio delle musiche orchestrali o del mixage finale per film di vari registi (Marco Bellocchio, Daniele Luchetti, Paolo Virzì, il compianto Tonino Zangardi, Ficarra & Picone) ha sicuramente risvegliato in me la voglia di incidere un CD come se fosse un ideale viaggio cinematografico». «Per il live che facemmo a Roma nel ’93 di cui parla Eugenio ci chiamavamo The Experience» precisa Benedetti. «Eravamo fissati con gli spettacoli quadrifonici dei Pink Floyd, col cinema di un certo tipo (David Cronenberg, Stanley Kubrick, John Carpenter) e con l’elettronica, sia quella storica (Kraftwerk, Brian Eno, Yello, i Tangerine Dream di “Phaedra”) che quella moderna (electro e techno) e così pensammo di mettere tutto assieme. Andammo dai gestori del posto e prendemmo una serata, rischiandocela. Erano gli anni della realtà virtuale e grazie a Biagio Pagano, che ci ospitò nello studio di registrazione della Via Veneto Jazz, recuperammo alcuni VHS di film introvabili. Venne proiettato anche l’occhio di Eugenio, ripreso con un’apposita telecamera, creando una cornice in stile Pink Floyd. Non mancarono immagini tratte da pellicole come “2001: Odissea Nello Spazio”, “Videodrome”, “Tron”, “Shining” e “Viaggio Allucinante”. Montai il video con due videoregistratori ed Eugenio pensò alla quadrifonia. Poi mettemmo insieme il gruppo che contava sulle presenze di Flaviano Pizzardi e Massimiliano Cafaro ai synth, sampler e segreterie telefoniche, Mauro Tiberi alle percussioni e Paolo Gaetano all’EWI. Io mi occupavo della parte ritmica con tutto l’armamentario base della Roland in sync (TR-808, TR-606, TB-303 ed SH-101), Eugenio invece di campionamenti, synth e spazializzazione del suono in tempo reale. L’intero progetto, del resto, si basava proprio sull’improvvisazione. Avevamo un canovaccio di base in relazione ad immagini e ritmiche che scandivano il tempo e poi gli altri improvvisavano. Insomma, un mix fra Air Liquide e Tangerine Dream con un tocco jazz a livello tecnico armonico. Venne un sacco di gente a sentirci, anche fuori dal giro dell’elettronica, e il live piacque molto proprio per questa connessione tra musica in quadrifonia ed immagini. In seguito facemmo altri concerti con diversi musicisti tra cui Alessandro “Amptek” Marenga ma poi, anche per motivi puramente logistici, rimanemmo solo io ed Eugenio.Nel ’92 incidemmo pure un 12″ a nome The Experience intitolato “Tubes”, pubblicato dalla Mystic Records e recentemente ristampato da Flash Forward. Col tempo però decidemmo di cambiare nome ed optammo per Frame col fine di rimarcare il rapporto con la pellicola e il video, nonché per differenziare questo progetto dagli altri visto che era concepito per essere solo live. Con Eugenio coniai anche The Noisy Project che usammo solo per un brano intitolato “Percezioni” e destinato ad una compilation su Sysmo, ma a livello concettuale non aveva alcuna connessione né con The Experience, né tantomeno con Frame». In relazione a “Tubes” Vatta aggiunge: «Quel 12″ fu il frutto delle sperimentazioni in studio sia con la Sounds Never Seen di Lory D, sia con alcuni musicisti esterni. Allora frequentavamo il percussionista Paolo Dieni ed Andrea spesso mischiava dischi creando atmosfere speciali. Il principio di “Tubes” furono le poesie di John Keats lette dai Tuxedomoon a cui si sommarono infiniti campionamenti fatti ad hoc e veramente creativi. L’uso dei sample lo avevamo già sperimentato in “Industrial Overflow”, un brano edito dalla Sounds Never Seen nel ’91 (compreso in “We Were In The Future”, nda) che voleva essere un vero tributo ai Kraftwerk. “Tubes”, inoltre, fu eseguito live in studio. Per la prima volta ci sentimmo effettivi proprietari di quello spazio che però, poco tempo dopo, avremmo dovuto lasciare. Preferivamo improvvisare usando il video come direttore d’orchestra e solo qualche schema preparato in precedenza. Insomma, come se un DJ mettesse una compilation fatta il giorno prima e non mixasse dal vivo i dischi».Torniamo ad oggi: i titoli dei nove brani racchiusi nell’album rimandano ai pianeti del nostro Sistema Solare, il decimo invece è “The Arrival”, la naturale conclusione di un viaggio spaziale. Lo spazio sembra essere quindi il concept e l’ispirazione primaria per i due compositori. «”The Journey” possiede un suono che porta verso spazi aperti e poco identificati. Pur essendo solo in stereo, il suono è molto “spaziale” e di conseguenza ciò ci ha portato ad immaginare qualcosa di sconosciuto ma da sempre esistito» prosegue Vatta. «Ogni pianeta ha la sua caratteristica quindi nove quadri musicali e un arrivo». «Nei video che montavo per il live anni addietro lo spazio era sempre presente e cercavamo di farne un’ideale colonna sonora. Personalmente sono fissato con lo spazio ed altrettanto lo è Eugenio, anche se in modo diverso. Se potessi, partirei domani in esplorazione di tutto quello che c’è fuori dal nostro mondo. La musica, in fondo, è una mimesi di questo viaggio» illustra Benedetti. Nell’info-sheet che accompagna l’uscita gli autori parlano di un elemento di raccordo tra i brani, il silenzio, sia quello spaziale che quello degli ambienti glaciali. In contrapposizione con quanto avviene nel mondo odierno, dominato da un baccano eterno, il silenzio è qualcosa che pare veramente in via d’estinzione e sembra strano che possa ispirare qualcosa di musicale, perché la musica stessa azzera il silenzio. «Le matrici sonore spaziano dai suoni ambientali ai cigolii, dai soffi allo struscio di pietre. Trattate e dilatate riescono a rallentare il suono fino a renderlo immobile. Il ghiaccio, nei suoi ambienti, rende tutto più ovattato e quella coesione solida di acqua e quindi di fluido in movimento, per me rappresenta il suono immobile, la quiete» dice Vatta a tal proposito. «Lo spazio, del resto, ha un suo suono che è veramente immobile. Viviamo nel caos sonoro tutti i giorni e il silenzio è quella sensazione che si ha nel chiudere improvvisamente una finestra che dà sulla strada per poi assaporarne, un po’ alla volta, le poche matrici sonore rimaste». Prosegue Benedetti: «Quando abbiamo discusso del concept dell’album con Alessandro Tedeschi siamo giunti alla conclusione di dover mantenere il concetto di glacialità dell’etichetta. Abbiamo quindi pensato di rappresentarlo tramite lo spazio extraterrestre che non è solo freddo ma anche silenzioso e meditativo, proprio come la musica scaturita dal nostro progetto». Gli ambienti glaciali, non certamente a caso, vengono ulteriormente valorizzati dalla copertina su cui finisce una suggestiva foto di Tero Marin. «Tedeschi ci ha fornito alcune foto ed abbiamo scelto quella con uno spazio molto ampio, in cui presenzia il sole in lontananza ma anche una casa che, in qualche modo, riporta l’osservatore/ascoltatore ad un punto fermo, l’arrivo – The Arrival» chiarisce Vatta.La musica ambient, qui unica protagonista, rivela una totale astrazione compositiva rispetto a brani in cui la stesura risponde ad un disegno preciso e, spesso, rodato. Mancano gli appigli tipici ai quali l’ascoltatore fa solitamente riferimento per giudicare un qualsiasi brano, un riff, un suono, un ritornello, un ritmo. Insomma, astrazione completa ed incondizionata ad appannaggio di una stratificazione di elementi “liquidi” e “gassosi” che non equivalgono al timbro di alcuno strumento noto. In “The Journey”, inoltre, pare di fronteggiare in più punti con tipici esempi di field recording. «Abbiamo voluto usare le medesime matrici sonore degli anni Novanta» descrive Vatta. «Sono dei campionamenti realizzati con l’Emulator III e con l’Emax II e nascono spesso da matrici acustiche registrate. Il suono di un aeratore, ad esempio, diventa un tappeto, il rumore della flangia di una bobina imita il vento e un motore trattato diventa uno spazio. Il suono di un proiettore filtrato e mandato in feedback crea un movimento sonoro evocativo dell’immagine, le frequenze di cerchioni metallici percossi mandati in riverbero si trasformano in una ventata sonora, un’arcata di violino riletta con un pitch basso diventa una sorta di raglio, il movimento lento dell’acqua dilatato genera cicli ritmici fuori dagli schemi, dei corrugati girati nell’aria somigliano ad un vento flautato. Per gli archi presenti in “The Arrival” mi sono avvalso di un suono storico di archi elettronici tratto dal citato Emulator III. In alcune parti il Roland Super JX ha creato alcune sequenze molto basse sia di volume che di tonalità. Il Marion della Oberheim invece troneggia coi suoi suoni chiaramente ispirati al Vangelis di “Blade Runner”. Molte delle matrici adoperate derivano da campionamenti di masse sonore di nostri stessi live, una specie di riciclo attivo insomma. A differenza di quanto accadeva negli anni passati però, il materiale è stato assemblato con Pro Tools. Abbiamo svolto un lavoro di entrata ed uscita dei suoni e pensato alla giusta sequenza, e in questo caso l’esperienza di Andrea si sente davvero. Qualche plugin applicato direttamente sul suono ci ha permesso inoltre di creare nuove matrici. Durante uno dei brani si possono sentire delle voci in lontananza, siamo proprio noi due, e questo mi riporta alla memoria un aneddoto. Parecchi anni fa incidemmo un CD intitolato “Ambienti Sonori” che uscì per la Ricordi/Via Veneto Jazz, una raccolta di fondi ed ambienti sonori per l’appunto destinati ad un pubblico di soli addetti ai lavori (internet non era ancora di uso comune) ed infatti furono usati per un programma di tarocchi in tv, per una pubblicità progresso e da alcuni registi di teatro. Mentre lo registravamo mettemmo in rec i microfoni in sala di ripresa e lasciando aperti gli speaker in regia innescammo il suono. Tramite l’apertura e la chiusura delle porte moderavamo il larsen e poi, improvvisamente, iniziammo ad emettere con la bocca dei suoni angelici che con il feedback e il riverbero divennero una sorta di canto di sirene in lontananza. Ci guardavamo ma non ci sentivamo affatto in imbarazzo. Oggi rimpiango parecchio quei giorni di pura creatività e divertimento».L’album dei Frame (acquistabile qui sia in CD che nei formati digitali) è uscito lo scorso 30 gennaio sulla Glacial Movements impegnata ormai da oltre un decennio nella difficile e coraggiosa diffusione di musica ambient. «Vorrei che l’ascoltatore possa trovare in esso un buon momento di relax e magari paragonarlo ai lavori di artisti come Brian Eno, Pink Floyd, Vangelis e Pan Sonic. Mi farebbe piacere, inoltre, che qualche brano possa diventare la colonna sonora di una bella immagine e magari arrivare a Roger Waters, musicista che mi ha sempre affascinato» chiosa Vatta a cui segue l’amico e collega Benedetti che conclude: «Spero che chi acquisti l’album lo possa utilizzare come un vero momento di astrazione dal quotidiano. Un posto in cui perdersi e gestire le proprie emozioni, qualsiasi esse siano». (Giosuè Impellizzeri) DECADANCE BOOK
Trascende l’abituale immaginario polare, propriamente inteso, la nuova uscita firmata Glacial Movements, nella stessa misura in cui si rivolge a una dimensione espressiva non circoscritta al solo aspetto sonoro. Un intento di sinestesia percettiva anima infatti Eugenio Vatta e Andrea Benedetti, accomunati sotto la denominazione di Frame, progetto di natura dichiaratamente cinematica, tanto per suggestioni visive quanto per avviluppante natura sensoriale. Il “viaggio” descritto lungo l’ora di durata di “The Journey” conduce al di fuori dei confini della superficie terrestre, tra gli spazi bui e via via più glaciali del sistema solare, e oltre ancora. Dei dieci brani del lavoro, nove sono legati ognuno a un pianeta del sistema solare, mentre l’ultimo segna un approdo in un “oltre” sconosciuto e misterioso. Non meno misteriosa ed evocativa è la congerie di texture e frammenti sonori “cosmici” che costituisce l’essenza di tutto il lavoro, la cui ambience costellata da increspature di rumore, possiede una consistenza al tempo stesso granulosa e impalpabile, proiettata lentamente verso orizzonti di tenebra e progressivi brinamenti di una materia dalle dinamiche non meno vivide di quella del ghiaccio terrestre, abitualmente indagata dall’etichetta romana.MUSIC WON'T SAVE YOU
Frame (Eugenio Vatta/Andrea Benedetti) deliver an all encompassing spacial record, a deep ambient dive with a lunar glow. The two have been creating electronic landscapes as far back as the early 90’s. The concept on The Journey has to do with the planets in our universe – and it is undoubtedly at the speed of lethargic space travel. These ten tracks flow into each other, and I hear this as a straight long-player, so it’s recommended to allow it to run its course. Easily the type of work fit for a sleep concert, it might be wise to consider this booked as an overnight audio/visual experience in a planetarium. The cover art, though incredibly simple, captures the spirit and mood set forth with its blue-grey mysterious snowscape and beaming full moon. Whispers and silences drive this entire recording, in fact even as I am listening this moves effortlessly between Earth Frame and Mars Frame, without going into any new tangent. For a skeptic, it’s more as if our ear is being treated to an elixir of subterfuge and misdirection, only to slip into its warm kaleidoscopic seduction. With the sensual lapping of waves and there is very little flux here. Jupiter Frame sounds like being in a rural location with distant traffic while in a rainstorm, tires on pavement, until there is a noticeable shift as we reach Saturn Frame. Here there are delusional signals and rickety jet propulsion. The chords overlaps and dive quickly as if a certain sound barrier has been punctured. Just then a stillness re-emerges, but this time with a slight deleterious edge that slowly vapourizes. The only track here that seems mostly transitional without much weight or substance would be Neptune Frame, it’s more or less a simplistic passage to reach Pluto and Charon. Here, in a cyclic gesture, steam and other miscreant elements are gently extruded. With heavy breath and a the grating of the surface layers a textural quake rises for the first time on the record. Now for the perfect segue into the concluding, The Arrival, which comes too soon as I want this on rotation to allow for maximum stress reduction and release of negative ions. There are small nuggets that reflect a familiarity with the work of Philip Glass here, it’s not immediate, more hallucinatory in deployment. Though if you want an icy and refined ambient record to sooth your personal hysteria, this may be what a doctor without borders might prescribe..TONESHIFT
Mi chiedo come sarebbe andata a finire questa storia se The Journey fosse stato pubblicato nell’anno della sua creazione, il 1992… Eugenio Vatta e Andrea Benedetti, due visionari, creativi, menti e braccia della prima rivoluzione elettronica romana, quella che a partire dai primi anni Novanta ha contaminato dapprima la scena locale per poi arrivare a Londra, in tutta Europa e anche Oltreoceano in una città su tutte, Detroit. Sounds Never Seen, Plasmek, Sysmo: la loro musica e le loro idee sono contenute in molti dei dischi pubblicati da queste etichette, si parla di suoni contorti, sfrontati, fuori dal tempo, da quel tempo. Con il progetto Frame appaiono in due ep seminali, pubblicati dalla Plasmek Records, rispettivamente i volumi 2 e 3 della trilogia electro “The Dark Side Of The Sword”, con dei brani sperimentali nei quali il groove viene spinto in avanti da arrangiamenti distopici e ritmi convulsi. The Journey nasce invece con presupposti diversi, quelli di ricreare l’effetto di una colonna sonora in una sala cinematografica, servendosi soltanto strumentazione elettronica. Sin da subito veniamo proiettati all’interno di un flusso atmosferico inebriante, che scorre all’interno di nebbie fittissime rimodulandosi continuamente. Durante il percorso vengono poi utilizzate più sorgenti sonore per costruire i diversi scenari: organiche, ad esempio vibranti scuotimenti legnosi e ferrosi, poi quella che sembra essere una viola e anche materiale puramente elettronico che dona movimento e riesce a far variare in maniera netta la percezione dell’ascoltatore. Per fare un paragone, Substrata di Biosphere fu pubblicato nel 1997, e a mio avviso la potenza espressiva, la coesione, la scrittura cinematica e la cura del dettaglio di questo lavoro hanno molto in comune con i dischi del norvegese, condividono la stessa voglia di definire in maniera musicale ciò che lo sguardo, da solo, non comprende, creando di fatto un’esperienza multisensoriale dalla quale è difficile non venir sedotti. La Glacial Movements aggiunge un nuovo lucente gioiello a una discografia assolutamente di tutto rispetto.THE NEW NOISE
Se un minimo siete appassionati di musica elettronica, il nome di Andrea Benedetti certamente non vi suonerà nuovo: giornalista, autore dell’imprescindibile tomo Mondo Techno, Andrea non è solamente uno dei massimi esperti del verbo detroitiano in Italia, ma sin dalla fine degli anni ottanta è anche vivace animatore della vita notturna e artistica della Capitale con l’attività di dj (anche radiofonico) e producer, sia solista, sia spesso in collaborazione con il fidato Eugenio Vatta. E, proprio insieme a quest’ultimo lo ritroviamo oggi, per un’uscita discografica che rappresenta appunto un pezzo della sua (e dunque della nostra) storia, pur essendo invero solamente un esordio. Ma lasciamo alle parole di Andrea ed Eugenio il compito di raccontare la genesi del progetto Frame e del debutto The Journey, edito a febbraio 2019 dall’etichetta capitolina Glacial Movements… EUGENIO: Andrea ed io siamo prima di tutto vecchi compagni di scuola, stessa sezione con un anno di differenza. Io sono il più vecchio. Sin dal liceo parlavamo spesso di musica. Venivamo da ascolti in parte comuni (funky, fusion e soprattutto Pink Floyd), ma Andrea aveva anche una cultura ampia della musica elettronica e prettamente dance. Per un rockettaro psichedelico come me la musica era per lo più quella suonata. Infatti studiavo pianoforte jazz e da sempre suono la chitarra. Ci siamo poi reincontrati finita la scuola, con un gruppo musicale di fusione tra rock e jazz in cui Andrea era una sorta di orecchio esterno e produttore. La musica da sempre ci ha uniti, e di lì a breve aprimmo insieme uno studio di registrazione: fu lì che Andrea fece confluire un numero cospicuo di dj, tra cui Lory D, Leo Anibaldi, Marco Micheli, Gabriele Rizzo, Andrea e Giorgio Prezioso. Iniziammo così a fondere elettronica e acustica. Era la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 e il computer Atari Mega 1, con il programma Cubase, iniziava a farla da padrone. Il nostro studio aveva anche un buon mixer analogico 32 canali della Soundtracks e molte macchine esterne (riverberi Lexicon PCM 70 e PCM 42, un riverbero Roland professionale e un multi-traccia a nastro 24 canali della Tascam). Una marea di drum-machine e synth come la serie completa Roland 202, 303, 606, 707, 808, 909 e R8m, Korg Wavestation, Korg M1 e Korg DS1, Elka Elka. Campionatori Yamaha, Akai, Emulator e vari expander. Insomma, un giocattolone nato per lavorare conto terzi e soprattutto per noi. Spesso la sera rimanevano a suonare e a provare nuove misture. Con la Sound Never Seen di Lory D lavoravamo soprattutto sulle ritmiche e sui brani. Industrial Overflow, uscito appunto su SNS, è stato il nostro primo brano nato da una sperimentazione con suoni campionati da noi (come aeratori, massa elettrica, l’alone di un piatto, dadi, chiodi e altro dentro a un bidone, il suono dei passi che si sentono in Atom Earth Mother dei Pink Folyd e altre citazioni di dischi scelte da Andrea). Lì sperimentammo, tramite i codici MIDI, un metodo per fare sequenze ritmiche con i campioni che facevamo. Fu solo un inizio perché a breve ci slegammo sempre di più dal computer e iniziammo a suonare elettronica e sintetizzatori senza schemi. Tubes è stato il primo vero esperimento realizzato come The Experience e uscì su Mystic Records (ultimamente ristampato da Flash Forward). Una nube di fumo in tutti i sensi. Un po’ di birra per i non fumatori e tante ore notturne a suonare. Ci avvalemmo anche del multi-pista in cui registrammo i parlati che Andrea in diretta mandava dai suoi Technics 1200. L’uscita come The Experience ebbe per noi un’importanza rilevante perché in quel periodo lasciammo lo studio e concludemmo con Antisystem di Lory D il nostro lavoro con la SNS, pur rimanendo sempre in contatto. Il disco che facemmo era veramente una mistura diversa da tutto quello che usciva, e soprattutto aveva le percussioni, elemento difficile da far digerire a chi faceva solo techno. The Experience era veramente crossover tra elettronica e acustica. Anche i miei pad erano accordi per quinte sovrapposte e con più suoni in modalità simultanea che pre-missavo su un mio mixer, per poi rilanciare sul mixer finale. Nel vinile suonai anche il pianoforte in un brano che chiudeva il lato B del 12” (Goodbye). Ci piacque e andammo a finire le registrazioni nello studio di Paul Mazzolini (in arte Gazebo), dove incontrammo un giovane Marco Passarani. Era un periodo in cui i live di musica elettronica iniziavano a riscuotere molte attenzioni, così ci trovammo a suonare con Lory D e con il progetto The Experience. Ci piaceva suonare e pensammo di fare qualcosa in più progettando video di accompagnamento. Pomeriggi a scegliere frammenti di film, realtà virtuale e sperimentazioni con video del mio occhio (mi ero fatto un trapianto di cornea e me li aveva dati l’oculista che mi operò). Fu così che decidemmo di fare una prima uscita al Circolo degli Artisti, un locale alternativo che andava molto in quegli anni a Roma. Ma la vera ambizione fu nel ricercare una vera quadrifonia. Avevamo deciso di non andare con niente di pre-registrato e quindi convocammo Flaviano Pizzardi al synth e ai campionamenti che seguivano gli eventi del video, e Massimiliano Cafaro alle piastre, radio e segreterie telefoniche, per suonare tutto live seguendo le immagini. A loro si unirono Mauro Tiberi alle percussioni industriali e basso elettrico e Paolo Gaetani al sax elettronico Ewi Akai. Fu tutto improvvisato seguendo un canovaccio minimo dettato dal video. Non riuscimmo a fare le prove tutti insieme perché non era possibile avere video e quadrifonia. La vera prova fu dunque il concerto, ma andò tutto veramente bene. Da lì in varie formazioni replicammo lo spettacolo in tanti posti. In quel periodo Andrea lavorava con Marco Passarani alla distribuzione Final Frontier e quindi uscirono anche delle date all’estero. Prima a Bruxelles e poi a Zurigo. Le nostre serate erano impegnative per via della quadrifonia e del video, e quindi esauriti i posti idonei rimanemmo Andrea ed io. Pensammo anche di far uscire un DVD, ma ci sarebbero stati problemi editoriali per il video e restrizioni per la quadrifonia. Iniziammo anche un secondo progetto The Experience, ma non lo concludemmo per impegni diversi e per poca convinzione (in quel progetto sperimentammo un brano in cui sembrava unirsi l’elettronica e la techno più deep alla musica di Pat Metheny). Uscimmo poi come Frame su Plasmek, l’etichetta dello stesso Andrea, ma fu un po’ un ritorno all’elettronica pura arrangiata su computer. Continuai a frequentare Andrea e ogni tanto organizzammo anche qualche serata live, ma senza video, come accadde al Brancaleone a Roma. Però iniziavamo a ripeterci e abbiamo deciso di prenderci una pausa, identificando comunque Frame come solo progetto live. Le nostre famiglie (perché nel frattempo ce ne siamo creata una) si sono sempre incontrate e i figli si trovano bene fra loro. Ogni tanto ci siamo scambiati idee e registrazioni. Nel frattempo io avevo partecipato ad altre formazioni (Frammenti di Kaos ed Entropia, entrambi con Alessandro Amptek Marenga). Viaggi folli ma di una intensità meravigliosa. Andrea nel frattempo aveva rilasciato alcune uscite discografiche, oltre ad aver esordito come scrittore. E come mai, ad oltre vent’anni di distanza, avete deciso di accendere nuovamente i riflettori sul progetto Frame? EUGENIO: Frame è sempre stato nel nostro cuore, perché matrice di tutte le sperimentazioni fatte in seguito. Tempo addietro Andrea mi propose di fare una nuova uscita per Alessandro Tedeschi della Glacial Movements e mi parlò di recuperare qualcosa che non era mai stato pubblicato. È così che abbiamo deciso di usare i suoni e le atmosfere che creavamo live. Abbiamo ripreso vecchio materiale e lo abbiamo ricampionato e rigenerato. Si trattava di varie atmosfere che seguivano un percorso sviluppato in un video immaginario. La solitudine che ne è uscita fuori fotografa un isolamento rispetto a ciò che viene prodotto oggi. Eravamo fuori schema negli anni novanta e in un qualche modo lo siamo ancora oggi. Non ci sono batterie elettroniche programmate, ma ci sono nove quadri musicali (alla Emerson, Lake & Palmer) e un brano conclusivo. È curioso come dalla contaminazione (per esempio l’esperienza come The Experience nasce da basi jazz e psichedeliche, ma l’EP Tubes è a tutti gli effetti un vero classico della deep più ambientale) e dai giri techno della Roma dei primi anni novanta, quasi una porta sul futuro grazie al lavoro vostro (penso anche alla fondamentale fanzine tra elettronica e sci-fi Tunnel) e di altri pionieri come i già citati Anibaldi, Lory D e Marco Passarani (tornato anche lui da poco con un discone), vi si ritrovi oggi con un lavoro dalle palesi tinte ambient, di un ambient irrequieto oltretutto, e quasi isolazionista. Nonostante il materiale di partenza risalga comunque a quei fantastici anni, adesso che il futuro è davvero arrivato, che la tecnologia pervade completamente le nostre vite, che è passato più di un quarto di secolo dalle visioni di Tunnel, avete scelto di proporre all’ascoltatore una riflessione differente, quasi antitetica rispetto alla techno (in The Journey la componente ritmica è forse la meno preponderante): nel mondo dei Trump e dei Bolsonaro, dell’intolleranza e dei confini, le possibilità gioiose, estatiche, condivise della techno, la sua capacità di risolvere nel ballo la tensione tra bianco e nero, tra Africa e Europa, hanno perso mordente? Non ci resta dunque che la fuga, dimessa, verso altri mondi? ANDREA: Assolutamente no. Credo anzi che il messaggio di universalità techno sia più che mai necessario. Negli anni ’90 quando sentivi un disco techno non sapevi se l’avesse fatto un bianco o un nero, e non te ne fregava nulla in fondo. Si era creato un perfetto mix fra cultura musicale bianca e nera per cui un disco di A Guy Called Gerald aveva elementi in comune con uno dei B12, che aveva elementi in comune con Carl Craig o Derrick May, che avevano elementi in comune con gli Yello o Alexander Robotnick, in infiniti loop sonici che sono stati la vera forza della techno. Ora le due culture, bianca e nera, sono tornate un po’ nei loro spazi pregressi e, ad esempio, la scena techno UK odierna pesca di più da industrial alla Throbbing Gristle, o magari Theo Parrish si rifà più alla tradizione soul-jazz americana. Spero si torni a dialogare, ma per farlo serve nuovamente una crisi, credo. Ora ci sono troppi eventi e soldi in giro per fare in modo che questa frammentazione collassi e si torni a combattere assieme. Come al solito Toffler aveva ragione quando parlava di information overload sul suo libro Future Shock. Troppa musica, troppe informazioni, e alla fine ci siamo persi. Ma le idee non hanno scadenza temporale e quindi si può sempre riprendere. Basta far diradare la nebbia, e si può e si deve ripartire. EUGENIO: È uscito così perché quel sound è stato sempre nostro per anni. Non c’è la rabbia della techno o l’ampiezza della nuova ambient, ma un sound più vicino alla musica contemporanea. Come diceva Eugenio e come sottolineato anche dalla label in fase di promozione, una delle caratteristiche principali del progetto Frame era la convivenza tra strumenti elettronici ed elementi acustici pre-registrati e rielaborati; anche in The Journey è evidente la presenza di field-recordings (tanto che uno dei brani più riusciti, Venus, rimanda quasi al quarto mondo di Jon Hassell) e mi piacerebbe sapere da dove provengono, dove li avete registrati, perché questo alla fine poi è un album che immagina tutt’altro, panorami siderali, addirittura cosmici… EUGENIO: Ci siamo divertiti a miscelare vecchie registrazioni, per esempio sfruttando il feedback tra microfoni e monitor aperti e tanto, tanto delay. Le voci che senti nell’album poi sono tutte nostre. Poi ho ricampionato e risuonato in una nuova veste tanti frammenti di live e registrazioni non più usate e ho inserito The Arrival, che è un nuovo brano in parte improvvisato e in parte arrangiato, costruito con i suoni campionati all’epoca dell’Emulator 3. Sull’album ci sono anche altri strumenti: un synth Marion, un Emax 2, un Roland Super JX con controller, una Korg Wavestation AD e una Yamaha Cs1x… Il tutto è stato assemblato con Pro-Tools e masterizzato da me. Il disco ha una sua struttura definita, glaciale e ben distante dal presente. A proposito di distanza, mi ha molto colpito il concept alla base di The Journey: come suggerito dal titolo, l’idea del viaggio è centrale nell’opera, ma perché proprio un viaggio interplanetario? ANDREA: Con Alessandro Tedeschi della Glacial Movements avevamo discusso di questo da subito. La linea della label era chiara e ci intrigava molto, ma la musica che era venuta fuori da quelle rielaborazioni ci sembrava non aderire pienamente a quegli scenari. Quindi ci è venuto in mente lo spazio profondo, che ha sia elementi ovviamente non umani, sia glaciali, ma anche di ricerca. Per noi lo spazio è sempre stato sinonimo di questo e ci sembrava giusto riproporlo oggi, in questi tempi apparentemente freddi, in cui però c’è sempre spazio per la ricerca, interiore e del futuro. Il finale dell’album con The Arrival è significativo in questo senso. La fantascienza da sempre ha stretti legami con la musica elettronica e penso che si possa tranquillamente dire che anche The Journey rientra in questa lunga tradizione: vorrei che provaste voi a dare un’interpretazione di questa frequente e fruttuosa convergenza, spiegando anche la vostra scelta… ANDREA: Io sono un grande appassionato di fantascienza. Sono cresciuto con la fantascienza politica e visionaria anni settanta, con i fumetti e con qualsiasi cosa parlasse di futuro. Per me la fantascienza, più che un genere escapista, è sempre stato un genere di protesta e di proposta. Come la musica. E questo accade per tantissimi artisti che nel corso del tempo ho conosciuto e che, nonostante provenissero da esperienze e luoghi diversi, condividevano le stesse idee. Credo che la musica elettronica rappresenti veramente il perfetto contraltare sonoro di queste idee futuriste, consapevoli del presente, ma anche tese verso il futuro con un passaggio fondamentale nella ricerca interiore. Frame nasce come esperimento live, con una sua forte attitudine cinematografica (il concetto di narrazione, la sacralità della visione al cinema): lo avete portato in giro per l’Italia ed in parte anche fuori e, in ogni occasione, lo avete sviluppato come una colonna sonora apposita, pensata come per un film immaginario. Adesso che parte di quel materiale è divenuto un vero e proprio disco, in un certo senso cristallizzandosi in una forma definita, cosa succederà? Tornerete a proporlo live? Avete già in mente delle date o di avviare un tour? ANDREA: L’album resta comunque una cosa a sé. Frame nasce appunto come progetto live e se viene fatto live deve mantenere quella forma di improvvisazione e narrazione musicale in relazione diretta con un video. Oggi la parte visuale dei concerti ha raggiunto livelli altissimi, sarebbe bello poter fare qualcosa sia con tecniche in alta definizione, sia sempre in quadrifonia, ma è una proposta tecnicamente costosa. Bisognerà vedere se riusciamo a far quadrare il tutto. Per ora non abbiamo programmato nulla comunque, anche se ci piacerebbe molto. The Journey resterà un unicum? Oppure collaborare vi ha fatto venire voglia di essere più presenti nel mercato/panorama musicale elettronico italiano ed internazionale, e dunque l’avventura Frame continuerà ad esprimersi su disco? A questo proposito, esiste l’eventualità che anche la sigla The Experience torni a far parlare di sé con nuovo materiale (e non solo per la ristampa, necessaria, del 12” Tubes)? ANDREA: Non è detto. Vediamo se avremo tempo per rimetterci a collaborare. Ci piacerebbe. Riguardo a The Experience invece, abbiamo un inedito che abbiamo trovato e che dovrebbe uscire su Flash Forward in uno split 12” con un altro mio brano acid sull’altro lato, ma non so ancora la data di pubblicazione finale. 12 Febbraio 2019 di Nicolò Arpinati.SENTIRE ASCOLTARE
Eugenio Vatta is a Rome-based electronic musician who has been releasing stuff sporadically for quite some time. He has chosen his pseudonym of Frame to release his semi-ambient minimalist treatise on travel. Taken as a series of ten pieces, each named after a planet in our solar system with the ultimate being the arrival at an unknown point, it feels as though The Journey is Eugenio’s impression of what a cosmic traveller may encounter when drawing near to the spatial environs of each planet. The liner notes of the album simply read: “Silence in glacial environments and in space are very similar, both in a figurative sense and in terms of perception”. Now, this album at points is a whisper away from silence and it is that impression of removal that really infuses the project. A drone is generally constant throughout, and it is that touchstone that settles the pieces into a kind of travelogue. The imagined transmissions from passing satellites and other more mysterious extra-planetary bodies appear at random points, allowing the segments some sense of the random that prevents the whole thing from drifting away into the blissful aether. A repeated rattle and a hidden metallic shimmer of simple life infuses the drone on “Venus”, but the drone keeps up that sensation of distance, and the fact that something which to our ears could be recognisable lends further belief to the idea that all these sounds are to be experienced by something other than us. What may pass for voices are apparent on “Earth”, but somehow they carry a kind of warning, a fleeting glance of what may be down there should the traveller choose to see. A later swell of sound gives the impression that the sun is appearing from planet-bound obscurity and flooding the traveller’s vision with golden light.Icy feedback and resonant Vangelis-like synths introduce “Mars”, which is unexpected. Perhaps there is more beneath the red surface than we are given to understand and that is making itself known to this harmless traveller. As we travel further from light, though, and head into the darker reaches of the system, the pieces somehow become more sterile, and the sense of distance feels greater as the mood changes and the light reduces. Interference and the sound of falling objects haunt “Saturn”, icy particles hitting the body of a vehicle, perhaps, while a faint heartbeat rhythm and the simplest of undulating drones inhabits “Uranus”. As the final three tracks commence, so the sense of expectation increases. The final track is titled “The Arrival”, but begs the question who is arriving where? The tones are rather tense on “Neptune” and the humanesque sounds on “Pluto And Charon” are even less rooted than what has flowed previously. When the final track arrives draped in synths, we do feel a sense of conclusion, but frustratingly there are no answers. I guess the beauty of this whole work is that only we can provide the answers, should we choose, to this extraordinarily detailed yet sparse suite..FREQ MAGAZINE